mercoledì 1 maggio 2013

Salomè

Salomè, marzo 2012   - olio su tela 100 x 120 cm. 

Questo quadro non può essere compreso se disgiunto dal contesto per cui è nato, su di esso infatti si incentra la mia opera teatrale sul Caravaggio.  Il quadro trasmette un messaggio duale: la prima cosa che colpisce di questo quadro è il pavimento arlecchino che rappresenta un messaggio simbolico per papa Paolo V  Borghese: se egli avesse condannato alla decapitazione il maestro  per via  di un mortale duello che lo vide direttamente coinvolto, i colori contenuti nella sua testa si sarebbero riversati al suolo ormai incapaci di tornare a miscelarsi per dare vita alle mirabili opere del pittore. 
La ballerina, un corpo scuro illuminato a giorno dalla luce che entra prepotente  dalle arcate laterali, nelle intenzioni del Caravaggio  deve rappresentare più emozioni in un’unica espressione:  Salomè  deve essere sensuale, conquistare Erode che già la osserva pieno di lubrico desiderio, ma allo stesso tempo la sua anima è lacerata dal fatto che se  dovesse riuscire nel proprio intento, cioè conquistare il re, dovrà chiedergli di tagliare la testa ad un innocente.
Il  Battista, che aleggia nel quadro senza essere rappresentato, altri non è che il maestro stesso, che non si sente pienamente  colpevole per l’omicidio di un reietto come Ranuccio Tomassoni, dedito allo sfruttamento  ed alla  sevizia  di giovani donne fra cui anche la sua modella preferita,  Fillide Melandroni, la ragazza che presta la propria immagine, appunto a  Salomè.
Così come una prostituta è costretta a vendere il proprio corpo, così la danzatrice vende il proprio  corpo dietro costrizione della dissoluta madre Erodiade.
Le immagini del quadro altro non sono che vecchie statue giacenti all’aperto in un piazzale cinquecentesco antistante il teatro del Palladio a Vicenza:  esse non saranno mai dimenticate dai posteri, se potranno prestare la loro immagine per opere contemporanee, come fossero veri e propri attori immortali.

La danzatrice scalza

La danzatrice scalza - marzo 2013 olio su tela 50 x 70 cm.
In un mondo immobile, ove il sipario nega una retrostante scenografia, la profondità di un mondo  da scoprire, una  ballerina, da sola, volteggia con i suoi veli dorati.  
All’inizio si avverte il volteggio,  la leggerezza,  una presenza  che si impone allo sguardo. Ma dietro a  quei passi apparentemente naturali, frutto di anni di studio e sacrificio,  forse si nasconde un turbamento.  
Osservando la mano che stringe il velo sollevato alla nostra destra, si avverte una nota stonata, un pugno che serra  troppo,   un atto  di rabbia e ribellione che quasi annulla l’apparenza iniziale: nasconde un moto di ribellione in un’anima   imprigionata in un ruolo che ormai comincia a destare insofferenza: anche  le scarpe da danza,  che rappresentano comunque una forma di costrizione, stavolta non vengono calzate.


Il verde di Calcata con chitarra


“Il verde di Calcata con chitarra” , febbraio 2013 
mis. 40 x 40 cm in acrilico ed olio (con un pizzico di aceto di mele)
Omaggio alla mostra Premio d'Arte "Le tre Signorie" - Calcata 
Questo quadro è stato realizzato nel seguente modo: con l’acrilico di colore bianco, è stata posata una patina spessa di materiale, a grosse e dense pennellate, che delineavano un disegno di larga massima: su quella base, è stato realizzato direttamente il dipinto che nelle mie intenzioni  rappresenta  una prua che fende un mare di cime verdi (gli alberi).

Il re

“Il re”   novembre 2012  olio su tela 40 x 40 cm.

Ho  cercato di creare la luminosità della vita in quegli occhi sereni ed essenziali,  un essere vivente che agisce come la natura gli chiede di fare, con efficienza e determinazione, senza deviare. Il mondo lo ha voluto libero, la razionalità umana lo ha invece  imprigionato: a me piacerebbe aver  impresso sulla tela   la sua vera natura, una forza terribile che si manifesta a volte in modo spaventoso, ma mai con odio.


venerdì 24 febbraio 2012

Il Discobolo

"L'uomo e la terra sono necessari l'uno all'altra per il viaggio verso l'ignoto. La figura taglia lo spazio in due zone blu: quella dove la terra verrà proiettata appare più scura, perché tale è l'ignoto, ma se restiamo insieme, non dobbiamo avere paura. La Terra fa già la propria parte, l'uomo ha il compito di condurla verso una necessaria evoluzione, e può riuscirci solo se ricorda la nobiltà della propria missione  "Fatti non fummo per viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza": il discobolo non scaglia quindi il pianeta  verso un futuro oscuro, egli si sposta nello spazio assieme al globo, rappresentando la cultura classica che ci accompagna, non quindi concepita come un lontano e sfumato retaggio del passato, ma come viva sorgente  a cui riferirsi costantemente durante l'arduo cammino".

sabato 11 febbraio 2012

Leda ed il Cigno

Agli occhi dell’osservatore, apparirà un paesaggio  dai colori insoliti per un’opera  avente  contenuto classico; infatti il colore di base per la sua realizzazione è l’ocra giallo pallido.
Con questo tipo di cromatismo ho voluto rendere l’atmosfera di una antica città orientale ormai distrutta che aveva conosciuto la cultura dorica (vedere la colonna spezzata), ma che usava come materiale da costruzione la pietra locale, connotata da colorazione chiara, sabbiosa.
La città distrutta è  la Troia mitologica, quella di Omero, presa in un momento in cui la sua dissoluzione non si è ancora completata, anzi, alcuni muri in pietra risultano addirittura intatti mentre l’acqua dell’oblio sale inarrestabilmente, penetra negli anfratti, corrode, distrugge, fino a cancellare la città.
La scelta di questa città semidistrutta come  sfondo all’incontro travolgente fra la regina di Sparta Leda (moglie di Tindaro) ed il sopraggiungente cigno (Zeus sotto mentite spoglie), è dovuta al fatto che da questo mitologico accoppiamento nascerà Elena, il cui rapimento da parte di Paride determinerà  la spedizione achea  narrata nell’Iliade.
Troia verrà distrutta e data alle fiamme, ed infatti nessun arbusto o pianta, sebbene gratificanti alla vista, risultano  presenti nella composizione.
I mattoni sono anzi ancora roventi, e se si osserva bene la sfumatura sopra le rovine, appare un tenue  alone rossastro.
Un posto di preminenza è riservato alla bronzea Minerva che permea indagatrice dalle mura dei palazzi abbattuti.
Perché questa inquietante presenza? Se i Troiani avessero scoperto l’inganno del cavallo di legno, forse gli achei non sarebbero riusciti a vincere questa guerra, essendo ormai defunti i loro più forti  eroi Achille ed Aiace Telamonio, a fronte di mura ancora erte  ed intatte.
La riuscita dell’escamotage di Ulisse a questo punto era l’unica strada percorribile, ma un sacerdote Troiano, Laocoonte, aveva intuito tutto, sostenendo infatti che l’enorme simulacro ligneo  celava in realtà un letale contenuto.
Minerva, quando vide la lancia del sacerdote conficcarsi fra le tavole del cavallo di legno, scatenò due serpenti Porcete e Caribea, contro i suoi figlioletti ed egli  trovò la morte  nel tentativo di liberarli dalle terribili spire.
Minerva è quindi  la maggiore artefice della fine della città, perché fu solo grazie a lei che il cavallo di legno riuscì a varcare  le leggendarie porte Scee.
Questo quadro rappresenta quindi l’inizio di un  percorso mitologico basato su una ricostruzione di eventi che,  ove  non narrati,   sono  attribuibili allo stesso autore del quadro, che temporalmente vanno dalla restituzione da parte di Achille del corpo di Ettore, alla partenza di Enea alla volta delle coste italiane del Lazio.

mercoledì 2 novembre 2011

Giochi di colore tra cielo e mare

La “massa” della fortificazione ha praticamente la stessa conformazione geometrica del cielo, con  il quale  si incastra similarmente al gioco tetris, e da qui deriva il titolo.

Sebbene mi sia basato su  uno scorcio dell’isola del Giglio,  questa composizione è sostanzialmente di fantasia, in quanto sia i rapporti dimensionali fra mura e torre,  il disegno della scogliera, il mare e  la cupola di ispirazione greca,  non hanno riscontri reali.

ottobre 2011 - olio su tela 50x70 cm

venerdì 14 ottobre 2011

Vaso azteco allo specchio


Vaso azteco in rame e smalto, poggiato su una piccola mensola in cui si rispecchia. 
E’ un mio tema ricorrente, la ricerca di uno scambio continuo fra mondo interno  e  realtà, sorpresi nel  mutuo donarsi.
Al di là dello specchio, esiste quindi il mondo riflesso, quello dell’interiorità, dove si scorge una finestra da cui entra la luce, quella che è dentro di noi e non dovrebbe mai spegnersi.  
La nostra anima  deve essere quindi una sorgente di luce, senza mai rinnegare quella che ci viene dal mondo, che fa brillare la nostra bellezza spirituale.

olio su tela 50 per 50 cm, terminato nel 2008

Lavezzi

E’ un paesaggio solitario, sviluppato su vari piani dove il mare esterno, blu intenso, circonda gelosamente, aiutato da  un’alta muraglia di scogli,  un piccolo mondo interno fatto di specchi d’acqua, piccoli prati verdi, una lingua di spiaggia, come se fosse una creatura giocosa, un figlio da preservare.


olio su tela 40 x 60 cm,  del 2007

Colori dal mare

Questo quadro è una  ricerca dei giochi di colore, trasparenze, ove viene esaltata   la   luminosità del giallo e dell’ocra. Nella tela non viene rappresentata alcuna figura,  perché ad un osservatore che si ponga davanti ad essa con la mente libera da pensieri, deve essere regalato  lo stesso piacere che proverebbe  quando ai propri occhi dovesse apparire improvvisamente  un luogo bello ed  incontaminato.


olio su tela 50 x 70 cm. Anno 2010. 

giovedì 6 ottobre 2011

Nuvole sorprese dalla luna di marea


Due nuvole restano affascinate da una luna luminosissima che sta facendo un titanico sforzo per esercitare una formidabile attrazione gravitazionale.


L’atmosfera è la stessa immaginata quando Achille, seduto accanto al fuoco, guarda verso Troia.

anno 2003, olio su tela  50 x 70 cm, e rappresenta 

Il volo di Balbo

L’idrovolante Savoia-Marchetti  S 55  si alza in volo dalla laguna di Orbetello,  e  dopo l’iniziale virata si appresta a compiere  un’impresa memorabile, arrivando a mostrare  la  speciale livrea tricolore della sua fusoliera fin negli i Stai Uniti d’America, a Chicago. 




Le forme particolari e l’inusuale architettura, che lo fanno sembrare un giocattolone di cartapesta, nascondono una tecnologia invidiabile ed un cuore impavido, quello di Italo Balbo.


Olio su Tela 40x60 olio su tela anno2006

Mezzogiorno

E' fine agosto, Caprera appare lontana all’orizzonte, mentre una distesa di fichi d’india inondano l’aria di un buon sentore di frutta calda e matura. Nulla si muove, solo la mente può volare su quel paesaggio immobile.


tempera su cartoncino 50x70 anno 2005

Sedie al mattino

Gli uomini stanno ancora dormendo, ma il giorno è già iniziato.

Due sedie si rilassano in attesa di iniziare la loro routine che si ripete uguale tutti i  giorni: eppure ogni nuovo giorno è diverso dal precedente, e solo per questo motivo vale la pena di esserci.



olio su tela 40 x 60 anno 2007

La Carrozzetta di Amsterdam

una dispettosa, piccola carrozza si frappone quasi a voler impedire che l’immagine della donna venga catturata da un fotogramma. 

Il sorriso sembra andare perduto, il fotografo se ne dispiace. 

Ma al momento dello scatto ecco aprirsi il riquadro di un  finestrino sulla donna  e quel sorriso che sembrava perso, viene addirittura incorniciato. 
Quando accade qualcosa di inaspettato che sembra volerti privare di qualcosa a cui tieni, non devi rammaricarti: forse  ti verrà dato molto di più.               

olio su tela  40 x 60 anno 2007

L’uomo e la terra


Come un uomo si identifica  e trova continuità  nel proprio  bambino,  così la Terra rispecchia sé stessa nel piccolo cocomero.
L’universo si espande, esplode ed implode, e noi tutti è come se fossimo imbarcati su una navicella spaziale che vaga senza meta nell’immensità del cosmo, in mezzo a turbini di materia ed energia.
Ma noi invece di prenderci cura  del nostro veicolo, agiamo come un naufrago che affondi la propria imbarcazione nel mezzo dell’oceano.
Ciò che avviene a danno dell’ anguria, è emblematico dell’opera spesso scellerata che l’umanità  compie  ai danni del proprio pianeta.
Il frutto ha già iniziato a donare  una parte di sé stesso all’umanità ma essa,  rappresentata dal cono di vetro, compie  un’azione brutale ed inutile, come quella di perforarlo.
E’ questo che fa l’uomo nei confronti del pianeta che lo nutre: invece di averne rispetto, pur di   raggiungere i propri obiettivi  effimeri e fin troppo spesso egoistici e sovra dimensionati, non esita a colpire  con arroganza  quell’ambiente che lo ospita, ponendo  alfine un grave pregiudizio per la propria, stessa sopravvivenza.

L’uomo e la terra, completato nel 2010, è un’olio su tela delle dimensioni di 80x100 cm.

Antica maternità



I secoli trascorrono inesorabili, cancellando la traccia del passaggio dell'uomo. Il tempo si trova davanti ad una scena pervasa di tenerezza assoluta ed incondizionata, come quella di una madre per la propria figlia, e la preserva perchè l'amore puro trascende dalla materialità, in quanto elemento fondante dell'universo.


Un artista rimane a contemplare l'immagine e, approfittando di una scrostatura dell'intonaco, dipinge un variopinto e leggero volatile.

Tecnica mista (acrilico e olio)  su tela 50x70 cm. ispirato ad un affresco romano, anno 2011.



lunedì 3 ottobre 2011

IL SOGNO DI ACHILLE



I due eroi ora siedono accanto al fuoco, ed Achille rivela a Diomede un sogno che ha avuto qualche notte prima. Ettore gli era  venuto in sogno per convincerlo che quella guerra non aveva più senso, preannunciandogli una seconda visita del padre Priamo. 

All’amico parlo e non al guerriero,
a chi  oltre l’usbergo vede il cuore.
Morfeo mi colse assorto nel pensiero
e in volo giunsi a un campo tutto in fiore.


Non c’era Troia, ma  città futura:
con forti  denti  fino al cielo erti,
alte ed invitte stavano le mura
ma  torri e spalti  erano deserti.


Nessuno era lassù, alcun d’attorno
alcun nemico e  niente mano tesa.                   
Eppure il sol brillava in pieno giorno,
e non  sembrò minaccia lì  in attesa.  

(Non si vedevano né nemici, nè amici)


(Non mi sentivo assolutamente in pericolo)
Di guardare alle  porte io ebbi l’estro,
ma  ristavano chiuse e su di esse
caro ad Apollo luminoso un astro
parea per sua natura che splendesse.


Io stavo privo d’armi e a nudo petto:
un albero tarchiato alle mie spalle
aveva strana chioma e buffo aspetto.
Di lontano, lucean le dune gialle


Facevan  queste da  corona  al mare,
ma in secca più  non c’erano le  navi
come  già in viaggio  per  le case patrie         
e rimanevan delle prue gli scavi.

(Le navi erano scomparse, come se fossero già di ritorno verso la Grecia, e sulla sabbia  erano rimasti solo i profondi solchi lasciati dalle chiglie)
Ermo  il mio carro, e due cavalli forti
dei quattro, per mia mano liberati                  
avanzando avean i musi accorti                    
che verso me  dubbiosi eran voltati.

(Achille aveva due cavalli immortali Xanto e Balio, e due cavalli mortali. Solo i due animali prodigiosi erano rimasti, ed aspettavano che Achille  chiarisse i propri intendimenti)
“Grande Achille, supremo fra gli armati”
Sorse ad un tratto voce alle mie spalle
“Son fra coloro  all’Ade confinati;
e  per tua man  lasciai la dolce valle.


Fu Andromaca mia sposa,  e  madre amata
di un figlio che lasciai di poca etade,
Ettore son, spento  da mano armata               
che tregua  non conosce né pietade” 

(La mano di Achille, che non lascia scampo al nemico né sa  cosa voglia dire avere pietà).
Volsi la testa e là, su un grosso masso
di Priamo seduto il  figlio stava;
sulle possenti braccia era il riflesso
del dì la luce;  e  mentre me guardava


la sua ombra sul suolo  nereggiava.
Stava l’antico usbergo abbandonato,
e infilato ad un  ramo   dondolava,
a terra l’elmo ch’ora è  sotterrato.


Ermo lo scudo, da Efesto  forgiato
che ebbi da chi  a me diede la vita,
sulla soffice erba era adagiato
con bei ceselli di fattezza ardita.


Attorno al bordo c’era il grande mare
e tutti gli astri della volta eterna;
al centro due leoni ad artigliare
un toro che muovea  le  vane corna.


Lo spirto  che di carne parea fatto
a parlare iniziò con voce franca
a lui mi volsi  con il cuor contratto
e la man destra nella mano manca.


(La mano sinistra è posata sulla mano destra, quella che ha scagliato la lancia mortale, quasi a volerla nascondere)

“Ultima volta di parlar m’è dato
perché il futuro più non porti morte:
forse potresti tramutare il fato,          
ed alla pace spalancar le porte”         

(Forse proprio tu, il più forte ed ascoltato dei guerrieri potresti essere colui che porterà la pace)
Rivolsi allora a lui verbo pacato
qual si conviene ad anima ormai spenta
che lo spirito ancor è non placato
e l’anima dal mondo non s’assenta.


“Pari al corpo di Patroclo il tuo arse:
ma ora che son polvere le membra    
e per mare le ceneri fur  sparse,          come
perché tu vaghi ancor, anima d’ombra?

(Come mai tu, che ormai sei cenere, non hai avuto pace Patroclo ed ancora vaghi  fra i vivi?)
Ed egli a me, con occhio che non luce
“Dieci anni son trascorsi ormai di guerra
ma  ancora durerà il cimento truce
se accordo fra  le schiere non si serra.


Se degli Achivi sarà la vittoria
solo maceria resterà di Troia
e avrete gran tesoro e vasta gloria
e ritornare in patria sarà gioia;


ma se l’armi dei Teucri trionferanno
le fiamme delle navi andranno al cielo            
e  degli achei le spose piangeranno               
ma alfin si toglieranno il nero velo.

(Se vinceranno i Troiani, le spose degli Achei per
qualche tempo piangeranno, ma alla fine si consoleranno con altri uomini)
Volgendo il solo capo a lui risposi
“Dei popoli sconfitti  è triste il fato,
per  ciò   di guerra non si è mai vogliosi        
se grave  colpa  onor, n’abbia macchiato.

(La guerra non sarebbe mai giunta a Troia se l’onore dei Greci non fosse stato  violato con il rapimento  di Elena)
Sottratta al re di Sparta  fu la  sposa,
cui Venere oscurò la casta mente:                 
la schiera degli Achei fu tanto irosa              
che d’Ilo non doveva restar niente.           

(Fu Venere che, prescelta da Paride per l’assegnazione del pomo d’oro  di Eris , concesse a Paride l’amore della donna più bella del mondo,  Elena, dopo averne ottenebrato la mente)
Tuo padre convocò grande consiglio
mentr’io in tenda me ne stavo irato,
oro egli offriva  per placar l’orgoglio 
 perché di Sparta il re fosse quietato. 

(Priamo  tentò di  raggiungere la pace offrendo in cambio una montagna d’oro. Ma Diomede rifiutò questa condizione: i Troiani volevano la pace?
Ma Diomede negò la mano tesa:                   
che  fosse a Menelao resa la sposa!               
Ma  Paride negò ch’ella fia resa                    
ed anche la tua vita venne erosa.

iniziassero con il rendere  Elena a Menelao. Purtroppo Paride, tuo fratello, rifiutò quella condizione ed anche tu perdesti la vita).
“Come tu dici, il dolo fu nefasto,
ma vivo è mio fratello, e pur l’Atride:
ma a causa dell’onore e lor contrasto,           
agli  altri eroi la sorte non arride.       

(I due principali artefici della guerra, mio fratello e Menelao, sono ancora vivi, ed ora per una questione che riguarda loro due, chissà quanti altri eroi moriranno…
Questo destin, non far da te lontano              
che infine anche tu sarai fra questi,               
se questa guerra ch’arma la tua mano
distante dalla tua tenda non resti.

…e non pensare che questo nefasto destino non finisca per riguardare anche te, se la tua tenda continuerà a rimanere in questi lidi).
Volge il tempo mio ormai alla fine
e  voglio  a te  lasciare predizione:
ritornerà il gran re dal bianco crine
per  proposte di pace   far menzione:


fa che in vita giunga al tuo cospetto
e d’ira il cuore tuo  non sia  dimora
giudica tu, se quel che verrà detto
sia da  apprezzar, oppure non t’onora.


Cerca il Tidìde e contagli l’incontro,
fa lui capir quanto costò il diniego                  
e quanti bravi ancor costò lo scontro:
accetti la man tesa, questo prego.”     

(cerca Diomede, forse ti ascolterà: digli del nostro incontro fa a lui capire quante vite ancora costò il suo rifiuto delle condizioni di pace: accetti le nuove proposte di mio padre, è solo questo quello che vorrei).

Ciò appena detto si dissolse l’ombra
e pieno di rimorsi fu il risveglio.
Forse  timor di morte il mio ti sembra,           
ma vale serbar via,  se l’altra è meglio?”       

(Forse ti sembrerà che io abbia paura di morire: ma perchè ostinarsi a combattere, se esiste una soluzione migliore?)
Scuotendo il capo per mostrar diniego
Diomede ancor nei nappi versò il vino
che quella sera ebbe giusto impiego
mentre fra i due si decidea il destino.


“Tu forte amico troppo su mi poni,
che il mio voler, fra gli altri si confonde!
L’Atride siede al più alto dei troni
e più potere agli atti egli infonde”

(Tu sei tra i più forti guerrieri, e ciò che dici è ascoltato dai più forti eroi. Se tu parlerai di  pace, pace ci sarà)
“Tu degli achivi rappresenti il nerbo,
sei sempre avanti a trascinar le schiere          
gran peso fra chi vale ha il tuo verbo            
se pace dici, pace si può avere”


Diomede sospirò, il capo  chinando
coprendo le ginocchia con le mani
“Non per l’oro la guerra andai cercando,
fosse sol questo, partirei domani.


Orbato della sposa e dell’onore
fu Menelao per un divino inganno,
lui che ai Troiani  aperte avea le porte,
e quel che poi successe i Greci sanno.


Io sarei  il primo a volgere le navi
e ritornare ad abbracciar mia sposa;
ma fin che  i Teucri non torneran savi
la spada nella guaina non riposa.


Io come te  vorrei tender la mano:
se di Leda e Tindaro la figlia                         
arbitrio   avrà di scegliersi il sovrano             
da queste sponde toglierò la chiglia.  

(Diomede si riferisce ad Elena che ritiene  sia stata a scegliere Paride plagiata da Venere:ebbene, che la mente di Elena venga snebbiata, e scelga lei stessa se rimanere con Paride o tornare da Menelao.
Questo, Pelide, è il mio intendimento:           
se Priamo  tornerà in tua presenza                 
viver l’onor dovrà alto momento
che l’or da solo, in me non ha  accoglienza” 

se questo sarà fatto, io ritornerò in patria)


(per me l’oro di fronte all’onore, non ha valore)
S’erse il Pelìde nella sua possanza
che fra gli Achei nessuno gli era pari
“Ciò che hai detto fa luce alla speranza
Ch’io torni a Sciro a riveder miei cari”.


Si strinsero con presa franca il braccio
poi  Achille si diresse verso il  campo:
potea del dolce sonno aver l’abbraccio
or che forse alla guerra c’era scampo.


Diomedea - ode in endecasillabi


Priamo se ne è appena andato via con il corpo di Ettore, ed Achille resta assorto in solitudine  davanti al fuoco acceso nei pressi della sua tenda……


Seduto accanto al fuoco del bivacco
stava Achille, ma volgeva lo sguardo
per quel sentier ove il sovrano biacco  
del figlio tratto  avea   corpo gagliardo.

(canuto, dai capelli bianchi)
Torna  alla mente l’occhio assai velato
del grande Ettorre cui fuggia  la vita
dall’offesa mortal, del collo a lato,
aperta dalla punta assai incrudita.

(la lancia di Achille aveva ferito mortalmente Ettore alla base del collo)


S’alza l’eroe con movimenti accorti
e s’appressa guardingo al cocchio antico
afferrano l’usbergo le man forti
che il teucro non salvò, né il caro amico. 

(La corazza non salvò né Ettore né Patroclo)
“Sei scorza maledetta, crosta imbelle
dei corpi degli eroi a te affidati
sol io rimango a rimirar le stelle
che gli altri all’ade ormai son consegnati.


Prima  che lama dalla morte mossa
torni dei forti l’anime a falciare,
ancora degli eroi di sangue rossa
sulle  mie spalle più dovrai brillare.

(Tu, ancora sporca di sangue degli eroi, non tornerai mai più a brillare sulle mie spalle).
Ma ora ascolta, infida compagna
a tua cagion più uomo muoia in guerra
e poiché d’alcun eroe sei più degna
farò che il  giorno non ti trovi in terra”


Così dicendo e con gran cipiglio,
a una gran pala  di bruno metallo
con braccia poderose diè di piglio
e gran buca  scavò nel suolo giallo.


Assicurato  poi d’esser da solo
ratto l’armatura pose nel fosso,
con  terra e sassi ricompose il suolo
tanto che all’occhio nulla parea smosso


Il Tidìde  che s’aggirava  accorto
e lungo il lido andava silenzioso
vide il Pelìde in opre strane assorto
e nell’ombra ristette pensieroso.


Poscia che Achille in tenda fu rientrato
volse le spalle per tornar nei pressi
dove d’Argo il naviglio era invasato.  
Saggiò i cavi laddove son connessi    


le funi, i rulli, la bontà del legno.
S’assicurò deste le  sentinelle
che di cedere a Orfeo, non desser segno
parve rapito infine dalle  stelle.

(Tornò laddove erano state tirate in secca le navi provenienti da Argo, di cui egli era  sovrano)
Brillava Ilo sull’erma collina
ma non per rischiarare ardea la fiamma,       
ma estremo atto per  fatal rovina                   
del  Priamide ch’alto tenea lo stemma.          

(La fiamma era stata accesa per la veglia funebre di Ettore, figlio di Priamo,  che teneva alto l’onore della propria  stirpe)
Le torce a mille a mille facean luce
per rischiarare le provate spoglie
del più forte guerrier,  dei Teucri il duce
e  per Achille, or piangea la moglie.


Rifletteva l’eroe su quel tormento
quando alle spalle colse una  presenza
l’elsa strinse la mano in un momento
l’agir corse davanti alla coscienza.    
(Diomede istintivamente si avvide di una presenza estranea, l’istinto precedette  il pensiero, e l’eroe  era già pronto a difendersi)
Ma una pacata e assai profonda voce
gli fermò il ferro e gli destò  stupore:
non è chi  s’appressava uno che  nuoce,       
ma chi  l’armi celava con livore.

(L’uomo non era un nemico del Tidìde, ma Achille cioè colui, che poco prima stava sotterrando le armi con rabbia)
“Achille” ei nomò senza voltarsi                   
facendo sì che  lama quiete avesse,               
e il viso nel chiaror dei legni arsi                   
un rapido sorriso si concesse.

(Diomede, senza distogliere  gli occhi dal fuoco,  fece ricadere l’arma nel fodero, e sul suo duro volto apparve un fugace sorriso)
“Come ombra nell’ombra qui sei apparso
quasi come se tu mi fossi opposto;
ma ora  perdona  il mio fare scarso
e dì  perché giungesti  in questo posto”


Nel buio balenò l’occhio brillante
del gran Pelide dal piede saettante
come d’incanto gli si pose a fronte
mesto appariva pur nel  corpo aitante.


“Quando l’usbergo mio celai fremente,
di te, Diomede, avvertii le mosse                  
timore alcuno m’adombrò  la  mente             
che tale il mio segreto più non fosse

(Achille si era accorto della presenza di Diomede mentre sotterrava la corazza, ma non fu mai sfiorato dal dubbio che il Tidìde rivelasse il suo segreto).
Preso io sarei  stato dal  demonio
se al posto tuo ci fosse stato Ulisse               
O Agamennon, o il forte Telamonio:             
ma  del retto tuo agir  sempre si disse.

(Se si fosse trattato di un altro uomo, pure  se grande eroe, mi sarei adirato, ma è risaputo che tu sei una persona di cui ci si può fidare).
Al che il Tidìde con sorriso franco
rispose al mirmidon ch’ avea di fronte
“Prendi uno scranno, sarai certo stanco,
e vin speziato di piacer sia fonte ”.


L’eroe di Calidon, così dicendo         
un otre sollevò poco distante 
e dopo un solo istante sorridendo
di vino un nappo porse  accattivante.

(Argo era una città della Calidonia, una regione greca)

 (Nappo = bicchiere)
Achille l’accettò con sguardo grato
ancor per la fatica rilucente,
bevve più volte, e ognor fu ricolmato
ma non fu ottenebrata la sua mente

(Sebbene Achille avesse bevuto molto vino, il suo cervello rimase lucido)
“Dicon che a fronte a me tu sia secondo                   
ma cotal cosa non la credo affatto.               
Io ti prezzo  a me pari e non nascondo
di ritenerti erede mio di fatto”

(Dicono, o Diomede, che quanto a forza io ti sia superiore, ma non penso che sia così)
“Mi sfugge forse il senso del  tuo dire ?”      
Disse Diomede  il ciglio sollevando              
“Qual fato strano   tu mi vuoi predire
se  ora il mio primato stai vantando?”


“Tu  mi sei stato avverso a buon ragione,
quando riottoso stavo alle mie navi,              
ma non solo l’Atride fu cagione                    
se la mia spada al fianco non contavi.

(Diomede aveva tuonato contro Achille per via del suo gran rifiuto a combattere: ma ciò  non fu dovuto solamente al livore che l’eroe nutrì contro Agamennone)
Calcante rivelò sorte  nefasta
se il prode Ettorre avessi spinto all’Ade,
e or  che la sua vita spense l’asta                   
del dolce viver mio, il tempo scade.  

(Calcante predisse che sarei morto se avessi ucciso Ettore, ed ora che la mia lancia lo ha privato della vita, non mi resta molto tempo da vivere)
Di nuovo il bel Diomede porse il bere
che della vita stempera l’amaro
“Se da mortal fonte venne  il sapere             
ciò che ti rivelò non tener caro          

(La predizione viene da un semplice essere umano per cui non devi tenerne gran conto…
che leggere le trame del destino         
forse agli stessi numi non è dato:         
se Troia, come spero avrà declino,   
schiera alcuni numi avran sbagliato.

…perché forse neanche gli dèi possono leggere nel destino, infatti molto di loro credono che Troia sopravviverà, e se ciò non accadrà, alcuni di loro avranno sbagliato schieramento).
Mesto sorrise Achille a quel parlare
e andava sul Tidìde  riflettendo:
la scura nube al suo apparir scompare           
e il cuore  già si va rasserenando.

(Achille considerò come la sola vicinanza  di Diomede fosse sufficiente a rasserenarlo).
“Il saperti al mio fianco mi dà forza,
ch’ogni finir del giorno di battaglia
del duro cuore mio, cade la scorza
e chi mi crede ferro, forse  sbaglia.


Alla mia patria anelo ritornare
non  di lasciar le spoglie a questi rivi:
la guerra quindi si dovrà placare                   
prima che morte nella pugna arrivi”  

(Achille non vorrebbe morire, ma la sua speranza di sopravvivere  è  che la guerra termini al  più presto prima che la morte lo ghermisca in battaglia)
Il Tidìde, ch’era rimasto attento
la mano allor posò sulla sua spalla:
vedeva nel Pelìde gran tormento                   
e ciò che lo crucciava, volle a galla.              

(Diomede vuole che Achille si apra con lui, che tiri fuori ciò che veramente lo rode).
“ Tu sei bastion che porge il  petto agli urti
delle orribili schiere  ai Greci avverse,
nessun mortale potrà mai domarti
né timore di sorti assai perverse.


Ma c’è qualcosa che nel cuor  ti rode
e certamente mi vorresti dire:
bocca non dice ciò che orecchio ode
e mai  da me segreto farò  uscire”.


Questo parlare dell’amico d’arme
su Achille ritornar  fece il sereno
come chi ascolta un alato carme
e di fiducia al viver  torna pieno.